domenica 6 dicembre 2009

Buon Compleanno Joumana Haddad (6/12/1970)




«.. Io mi faccio l'amore e mi riproduco per creare un popolo del mio lignaggio, poi uccido i miei amanti per lasciare spazio a coloro che non mi hanno ancora conosciuta.»


«Io sono Lilith dai candidi seni. Irresistibile è il mio fascino perché i miei capelli sono corvini e lunghi, e di miele sono i miei occhi. La leggenda narra fui creata dalla terra per essere la prima donna di Adamo, ma io non mi sono sottomessa.»

Da Il ritorno di Lilith


«Due anni fa avevo voglia di iniziare un progetto editoriale sulla cultura ma anche su qualcosa che mi appassionava, perché senza passione sono vuota. Siccome il corpo è l'universo dentro il quale si muove la mia lingua poetica, ho fatto una rivista sui linguaggi e sulla letteratura del corpo. Ma c'è anche un'altra ragione che si riconduce a una mia frustrazione. La lingua araba è stata castrata di una cosa importante, del suo vocabolario del corpo e dell'erotismo. Questo è un processo contemporaneo. La tradizione letteraria araba vanta molte opere che trattano il tema dell'erotismo. Per cui avevo voglia di vendetta, perché qualcuno ha maltrattato la mia lingua privandola di termini, di vocaboli e di temi che rientrano nella sfera della sessualità e in quella dell'erotismo. Il mio paese vive una schizofrenia sul corpo. La gente dice certe cose solo in privato. Anche alcune donne che collaboravano al progetto non erano convintissime perché non avevano le palle di scrivere certe cose. Ed io non ho permesso a loro di firmarsi con degli pseudonimi. Tutto questo ha generato la mia rabbia. E' ora di chiamare le cose con i loro nomi. Sono stanca delle metafore, della comunicazione non diretta. »

Da un’intervista a Il sole 24 ore, Martino Pillitteri, 30 giugno 2009


«Donna

Nessuno può immaginare

Quel che dico quando me ne sto in silenzio

Chi vedo quando chiudo gli occhi

Come vengo sospinta quando vengo sospinta

Cosa cerco quando lascio libere le mie mani.

Nessuno , nessuno sa

Quando ho fame quando parto

Quando cammino e quando mi perdo,

nessuno sa che per me andare è ritornare, e ritornare è indietreggiare

che la mia debolezza è una maschera e la mia forza è una maschera

e quel che seguirà è una tempesta.

Credono di sapere

Ed io glielo lascio credere

E creo.»

Da Non ho peccato abbastanza, trad. Valentina Colombo, Mondadori


Nota:
«Fare conoscenza con la poesia e la scrittura di Joumana Haddad, libanese, oggi considerata una delle più importanti autrici arabe contemporanee, significa fare i conti con parole scomode e a volte crudeli, ma avvolgenti, vibranti ; parole dai significati e dalle forme capaci di essere sempre là dove il lettore meno si aspetta che siano, impreviste e imprevedibili, taglienti, decisive, graffianti, ma anche sensuali, calde, avvolgenti.
Leggere i suoi versi, in arabo, come in francese, in inglese, o in italiano, lingue in cui pure compone, è accettare di fare i conti con lo stupore del dolore e con la spudoratezza del piacere, con la strozzatura della disperazione e con il respiro della speranza. Per lei poesia è sinonimo di passione, di rischio, di conoscenza e di intenso erotismo.»

Lello Voce, L’Unità, 2008

sabato 5 dicembre 2009

Buon Compleanno Christina Rossetti (05/12/1830)



Canzone
Alla mia morte,amore,
meste canzoni non cantare,
al mio capo non piantare rose
né cipresso ombroso.
Ma l’erba sopra di me
irrora di piogge e rugiade,
e se ti piace ricorda
e scorda se ti piace.
Io non vedrò le ombre,
le piogge non sentirò
ne non vedrò l’usignolo
cantare,in lungo pianto.
Ma nel crepuscolo sognando
che non tramonta né risorge,
io ricorderò forse
e forse scorderò.

Ricordami
Tu ricordami quando sarò andata
lontano, nella terra del silenzio,
né più per mano mi potrai tenere,
né io potrò il saluto ricambiare.
Ricordami anche quando non potrai
giorno per giorno dirmi dei tuoi sogni:
ricorda e basta, perché a me, lo sai,
non giungerà parola né preghiera.
Pure se un po' dovessi tu scordarmi
e dopo ricordare, non dolerti:
perché se tenebra e rovina lasciano
tracce dei miei pensieri del passato,
meglio per te sorridere e scordare
che dal ricordo essere tormentato.

Vanità delle Vanità
Di tutto ciò che cade, a questo mondo,
è la foglia d'autunno che al mio cuore
fa sentire il dolore più profondo.
Chi ci pensava, a primavera in fiore?
Il vasto mondo rideva ingemmato -
Sospira, canto alato.
A cento insidie minime e fatali
nel cammino di un giorno ci esponiamo:
è la mela bacata sopra il ramo,
l'uccello a cui si spezzano le ali,
la voce che cantò, che lenta muore.
Silenzio, suono e vista di dolore - Pietà, dolce Signore


Distante
Il muto silenzio della terra,
il muto suono del mare
mi sussurrano entrambi lo stesso messaggio:
distanti, distanti, noi siamo distanti, tu sei
troppo distante, legata al nastro intatto
dell’intima solitudine; noi non ti leghiamo;
ma chi ti libererà dalle tue stesse catene?
Quale cuore toccherà il tuo cuore? E quale mano la tua mano?
E io sono ora orgogliosa ora mite,
ora ricordo antichi giorni
in cui la compagnia non sembrava così lontana da cercare,
e tutto il mondo ed io sembravamo meno freddi,
e ai piedi dell’arcobaleno giaceva sicuro l’oro,
e sentivo forte la speranza, e la vita stessa non così debole.



Nota:
Operante all’interno del gruppo degli artisti pre-raffaelliti, la poetessa italo britannica Christina Georgina Rossetti visse durante l’adolescenza un periodo di depressione che la portò ad avvicinarsi alla religione cattolica. Tale devozione riveste un ruolo fondamentale all’interno della sua produzione lirica, permeandola di un intimo spiritualismo; accanto ad esso convive un sentimento amoroso che non si abbandona ad estenuati stilemi petrarchisti ma mostra al contrario una lucida prospettiva femminile. Questo stesso femminismo, rintracciabile anche nell’approccio ad altre tematiche quali la violenza, la guerra o la condizione dei minori, ha permesso negli anni Settanta all’opera di Christina Rossetti di ritrovare la meritata attenzione e di esercitare grande influenza su molte poetesse contemporanee.

Buon Compleanno John Berger (05/12/1926)


«Il mio cuore nudo alla nascita
era fasciato di ninnenanne.
Più tardi da solo si è vestito
di poesie.
Come camicia
ho portato sul dorso
la poesia che avevo letto.

Così ho vissuto per mezzo secolo
finché privi di parole ci siamo incontrati.

Dalla camicia sullo schienale della seggiola
scopro stanotte
per quanti anni
di studio a memoria
ti ho aspettata.»

«Che la poesia possa utilizzare le stesse parole di un rapporto aziendale non ha più significato del fatto che un faro e la cella di una prigione possano essere costruiti con le pietre di una stessa cava, legate dalla stessa malta. Tutto dipende dalla relazione tra le parole. E la somma totale di tutte queste possibili relazioni dipende da come lo scrittore si rapporta al linguaggio, non come vocabolario, non come sintassi, e neppure come struttura, ma come principio e presenza.»

«Ciò che più di ogni altra cosa mi riconcilia con la mia stessa morte è l’immagine di un luogo: un luogo dove le tue ossa e le mie sono sepolte, gettate, messe a nudo, insieme. Vi sono disseminate alla rinfusa. Una delle tue costole poggia contro il mio cranio. Un metacarpo della mia mano sinistra si trova all’interno del tuo bacino. (Contro le mie costole spezzate il tuo seno simile a un fiore.) Le cento ossa dei nostri piedi sono sparpagliate come ghiaia. È strano che questa immagine della nostra prossimità, pur parlando di semplice fosfato di calcio, debba procurarmi un senso di pace. Eppure è così. Con te riesco a immaginare un luogo dove essere fosfato di calcio mi basta.»

«Noi con la nostra lingua vagabonda
noi con i nostri incorreggibili accenti
e una parola diversa per dire latte
noi che veniamo in treno
e ci abbracciamo sulle banchine
noi e i nostri carri merci
noi la cui voce è in nostra assenza
incorniciata sulla parete di una camera da letto
noi che abbiamo in comune tutto
e niente –
questo niente che spezziamo in due
e mandiamo giù con un sorso
dalla stessa bottiglia,
noi a cui il cuculo
ha insegnato a contare,
in quale valuta
hanno cambiato il nostro canto?
Nei nostri letti solitari
che ne sappiamo noi di poesia?»

Da E i nostri volti, amore mio, leggeri come foto Trad. e cura di Maria Nadotti, 2008, Mondadori


Nota:
Noto in tutto il mondo come critico d’arte, poeta, giornalista, romanziere, sceneggiatore cinematografico, autore teatrale, disegnatore e pittore.

«Sì, a volte penso che in un mondo più giusto, starei solo a disegnare o dipingere. Oggi questo è impossibile per me, anche se può cambiare. Ma forse la chiave è questa: fino ai 30 anni ero un pittore. In quel momento decisi di smettere di dipingere. Perché? Non perché non mi piacesse dipingere, né perché pensassi di non aver talento. Ma eravamo alla fine degli anni ’50, e quello che stava succedendo nel mondo era talmente urgente – la Guerra fredda, la minaccia di una Terza guerra mondiale – che sentì di dover fare qualcosa di più diretto per intervenire. Così iniziai a scrivere per i giornali. Col passare del tempo, scrivere si trasformò in qualcosa di più per me, non solo un’urgenza politica, ma non tornai a dipingere.»

Da un’intervista (traduzione a cura di Asterischi)

È sempre stato un attento osservatore della realtà, dei modi di rappresentarla. È anche un intellettuale molti sensibile alle tante ingiustizie che si consumano nel mondo, critico delle dinamiche sociali e politiche della globalizzazione.

venerdì 4 dicembre 2009

Buon Compleanno Rainer Maria Rilke (04/11/1875)


«Intendo così: ci si dovrebbe sforzare a vedere subito in ogni potenza che vanti un diritto sopra di noi, l’intera potenza, la potenza in assoluto, la potenza di Dio. Ci si dovrebbe dire che ne esiste una sola, e intendere quella minore, quella falsa, quella manchevole così come fosse lei che con diritto ci afferra. Non diventerebbe innocua in questa maniera? Se in ogni potenza, anche maligna e cattiva, si vedesse sempre la Potenza stessa, intendo ciò che infine ha ragione d’essere potente, non si supererebbe allora, incolumi per così dire, anche l’ingiustificato e l’arbitrario?»

Da Lettere a un giovane poeta

«Gi amanti potrebbero, se lo capissero, nell’aria della notte
meravigliosamente parlare. Poiché sembra che tutto
ci nasconda. Guarda gli alberi sono; le case,
che abitiamo perdurano. Soltanto noi da tutto
passiamo, come un’aria che cambia.
E tutto congiura a tacere di noi, in parte come
Vergogna, o forse come speranza indicibile.»

Da Elegie Duinesi

«Esiste davvero il tempo, il distruttore?
Quando, sul monte immobile, spezzerà il castello?
E questo cuore, che appartiene infinitamente al dio,
quando lo violenterà il demiurgo?»

Da Sonetti a Orfeo


Nota:
L’incontro con Tolstoj fu un passaggio essenziale nella vita spirituale del maggiore poeta tedesco dell’età moderna. Nei dialoghi col vecchio maestro russo Rilke ripenserà in qualche modo la sua profonda adesione al cattolicesimo intravedendo la sfumatura panteistica di dio.

«Rilke andava a Jasnaja Poljana da Tolstoj, si scriveva col padre di Pasternak, un’estate fu ospite del poeta contadino Drožžin a Zavidovo presso Klin, regalò al padre di Pasternak le sue prime raccolte con dediche, il giovane Pasternak le leggerà più tardi e lo colpirono come lo aveva colpito Blok, per lui poeta della città, di Pietroburgo. Per lui Rilke era "l'altro grande lirico del secolo"».

da L'arte della fuga di Angelo Maria Ripellino

«Questa paura di un futuro del quale egli non avrebbe avuto a lungo il controllo prese il sopravvento nella sua mente. Da tempo era solo nominalmente cattolico, e si impaurì che questa scelta interferisse col suo stato mentale, e così esplicitamente proibì gli ultimi riti […] Il poeta affermò la sua mortalità anche se la sua preoccupazione per l’immortalità è stata di molto maggiore. Ha specificato il cimitero di Raron come sua ultima dimora e anche il materiale della sua lapide».

Da Life of a poet: Rainer Maria Rilke di Ralph Freedman (traduzione a cura di Asterischi)

giovedì 3 dicembre 2009

Buon Compleanno Joseph Conrad (3/12/1857)




«…poiché l’intero mio essere, intellettuale e morale, è penetrato dall’invincibile convinzione che tutto quanto accade sotto il dominio dei nostri sensi deve appartenere alla natura, e, per quanto eccezionale, non può, nella propria essenza, essere diverso da ogni altro effetto del mondo visibile e tangibile di cui siamo parte senziente.»

«È privilegio della prima gioventù vivere d’anticipo sul tempo a venire, in un flusso ininterrotto di belle speranze che non conosce soste o attimi di riflessione.
Ci si chiude alle spalle il cancelletto dell’infanzia, e si entra in un giardino di incanti. Persino la penombra qui brilla di promesse. A ogni svolta il sentiero ha le sue seduzioni. E non perché sia questo un paese inesplorato. Lo sappiamo bene che l’umanità tutta è passata di lì. È piuttosto l’incanto dell’universale esperienza, da cui ci aspettiamo emozioni non ordinarie o personali, qualcosa che sia solo nostro.
Si va avanti ritrovando i solchi dai nostri predecessori, eccitati, divertiti, facendo tutt’un fascio di buona e cattiva sorte – zuccherini e batoste, si può dire – il pittoresco lascito assegnato a tutti, che tante cose riserba a chi ne avrà i meriti, o forse a chi avrà fortuna. Già. Si va avanti. E anche il tempo va, fino a quando innanzi a noi si profila una linea d’ombra, ad avvertirci che bisogna dire addio anche al paese della gioventù.»

Da La linea d’ombra


«Nessuno riesce in tutto ciò che intraprende. In questo senso siamo tutti dei falliti. L’importante è non fallire nell’orchestrare e sostenere lo sforzo della vita. Qui è la vanità che ci porta fuori strada. Ci precipita in situazioni delle quali è giocoforza uscire con le ossa rotte; mentre l’orgoglio è la nostra salvaguardia, sia per l’accortezza che impone nella scelta degli intenti, sia in virtù del suo potere di sostegno.»

Da I duellanti


Nota:
Józef Teodor Nałęcz Konrad Korzeniowski è stato uno scrittore polacco naturalizzato britannico.
«Joseph Conrad, questo capitano polacco nato in Ucraina, che naviga fino a quarant’anni per i mari, dalla Malesia al Congo, poi si trasforma in un gentleman campagnolo inglese, e, benché nutrito di letteratura francese, diventa uno dei narratori inglesi più sottilmente artisti e più inesauribilmente generosi, è una delle figure letterarie più affascinanti del principio di questo secolo»

Da un articolo di Italo Calvino, intitolato La linea d’ombra

«Non ricordo come accadde, e come il taccuino e la penna mi vennero per le mani. Mi sembra inconcepibile che io sia andato a cercarli di proposito. Credo mi abbiano salvato da quella trappola pazzesca che è il parlare da soli.»

Da La Linea d’ombra

mercoledì 2 dicembre 2009

Buon Compleanno Sergio Bonelli (2/12/1932)




«Secondo me non è importante [l’ironia ndr]: l'avventura ne può fare a meno, può essere esclusivamente avventurosa, a patto che la persona che scrive ne sia convinta e lo sappia fare. Mio padre non aveva dubbi: lui era un ammiratore del coraggio, dell'Eroe, quindi le sue storie erano decisamente avventurose. Io all'Eroe ci credo un po' meno, mi piaceva far vedere che anche in una situazione eroica ci può stare il momento comico. Anche se all'epoca andavo a vedere film d'avventura, mi piacevano anche quelli comici. Era proprio la mia natura, quella di non prendersi troppo sul serio. Il segreto di mio padre era che lui scriveva delle storie di cui avrebbe voluto essere il protagonista, mentre a me piaceva stemperare la situazione mettendoci dentro riferimenti legati al mondo del cinema che amavo: Gianni e Pinotto, Stanlio e Ollio, persino un po' di cartoni animati...
Questo era un problema, perché quando mio padre accettava di darmi una mano, era imbarazzato dalla presenza di questi personaggi, che a lui davano un po' fastidio. Lui era un uomo spiritoso, ma quando scriveva voleva che l'Eroe fosse serio, anche se qualche quadretto comico l'ha scritto. Quando c'erano i miei personaggi comici da muovere, lui faceva in modo - ad esempio - che Cico finisse in prigione, o all'ospedale. Era infastidito dalla presenza di questi personaggi, cui io invece dedicavo 3-4 pagine. In molti casi, rileggendoli, capisco che ho esagerato, ho privilegiato il lato comico. È difficile miscelarli bene.»

Intervista a Sergio Bonelli di Alberto Cassani (www.inkonline.info)

«In ogni caso non sono mai stato troppo sicuro di me come autore. Certamente il successo tributato prima a Zagor e poi successivamente a Mister No mi ha incoraggiato, ma ho sempre sentito lo scrivere come una cosa estremamente faticosa. Il pubblico invece ha sempre apprezzato molto la sincerità con la quale scrivevo le mie storie, nate con l’intento primario di soddisfare per primo me come lettore piuttosto che avere l’ambizione di scrivere qualcosa di straordinario.»

Intervista a Sergio Bonelli di Flavia Weisghizzi (pubblicato sul numero 25, Dicembre-Aprile 2005 della rivista Orizzonti, proprietà intellettuale di Flavia Weisghizzi)



Nota: Sergio Bonelli, figlio di uno dei padri nobili del fumetto italiano, ha saputo, da editore e autore, costruire un colosso editoriale sfornando una serie di personaggi che hanno coinvolto diverse generazioni di lettori. Grande sceneggiatore, infatti ha cominciato la carriera con lo pseudonimo Guido Nolitta per rispetto nei confronti di Bonelli padre, ha saputo infondere nuova vitalità nel mondo fumettistico italico riuscendo a coniugare avventura ed ironia anche attraverso l’invenzione delle celebri spalle comiche degli eroi bonelliani, come il riuscito Groucho Marx ispirato allo stile dell’omonimo artista americano. Zagor e Mister No sono da considerarsi in assoluto dei punti di svolta nella storia del fumetto italiano, data la loro capacità di riuscire a distorcere il modello eroico assoluto e puro che il padre aveva perfettamente adattato a Tex. Oggi è considerato il grande vecchio del fumetto italiano e le sue produzioni, sempre in equilibrio tra esigenze del mercato e qualità editoriale, continuano a giungere puntuali.

martedì 1 dicembre 2009

Buon Compleanno Daniel Pennac (1/12/1944)




«Il verbo leggere non sopporta l’imperativo, avversione che condivide con alcuni altri verbi: il verbo “amare”…il verbo “sognare”…
Naturalmente si può sempre provare. Dai, forza: “Amami!” “Sogna!” “Leggi! Ma insomma, leggi, diamine, ti ordino di leggere!”
“Sali in camera tua e leggi!”
Risultato?
Niente.
Si è addormentato sul libro.»

«A ripensarci in quest’inizio di insonnia, il rituale della lettura, ogni sera, ai piedi del suo letto, quando era piccolo – orario fisso e gesti immutabili – aveva qualcosa della preghiera. Quell’improvviso armistizio dopo il frastuono della giornata, quell’incontro al di là di ogni contingenza, quel momento di silenzio raccolto che precede le prime parole del racconto, la vostra voce finalmente identica a se stessa, la liturgia degli episodi… Sì, la storia letta ogni sera assolveva la più bella funzione della preghiera, la più disinteressata, la meno speculativa, e che concerne solamente gli uomini: il perdono delle offese. Non confessavamo nessun peccato, non cercavamo di conquistarci nessuna fetta di eternità, era un momento di comunione, tra di noi, l’assoluzione del testo, un ritorno all’unico paradiso che valga: l’intimità. Senza saperlo, scoprivamo una delle funzioni essenziali del racconto e più in generale dell’arte, che è quella di imporre una tregua alla lotta degli uomini.
L’amore ne usciva risanato.
Era gratis »

«L’uomo costruisce case perché è vivo ma scrive libri perché si sa mortale. Vive in gruppo perché è gregario, ma legge perché si sa solo. La lettura è per lui una compagnia che non prende il posto di nessun altra, ma che nessun’altra potrebbe sostituire. Non gli offre alcuna spiegazione definitiva sul suo destino ma intreccia una rete di connivenze tra la vita e lui. Piccolissime, segrete connivenze che dicono la paradossale felicità di vivere, nel momento stesso in cui illuminano la tragica assurdità della vita. Cosicché le nostre ragioni di leggere sono strane quanto le nostre ragioni di vivere. E nessuno è autorizzato a chiederci conto di questa intimità.»

Da Come un romanzo, 1992


«Se solo uno pensa alla necessaria solitudine… Le lunghe pause del dubbio…E quei momenti di felicità così gratuiti…
Sorriso sognante:
O la felicità dell’alba, i giorni in cui l’idea ti fa saltar giù dal letto… Perché non è il gallo a svegliarti, né il camion della spazzatura… Non è neppure la prospettiva del premio o l’ambizione di lasciare una traccia… È l’urgenza di quel piccolo tocco di scalpello a cui pensavi quando ti sei addormentato…quella pennellata di ocra rosso all’angolo destra della tua tela, lassù in cima…Ecco cosa ti fa saltar giù dal letto! Il suono inebriante di una nota, che cambierà tutto…un nonnulla in punta di penna, forse una virgola, una semplice virgola…una sfumatura essenziale…il minuscolo dell’opera…una cosa da niente…solo la necessità…Dio mio, la bellezza di quelle mattine necessarie, nella casa addormentata…»

Da Grazie, 2004

Nota:

vero nome Daniel Pennacchioni. All'età di 28 anni inizia a insegnare, lavoro che lo appassionerà da subito e che tutt'oggi continua a svolgere, sia in un liceo parigino che in una scuola per bimbi disadattati.

«Il fatto è che io andavo male a scuola e da questo lei non si è mai più ripresa. Oggi che la sua coscienza di donna molto anziana abbandona i lidi del presente per rifluire piano verso i lontani arcipelaghi della memoria, i primi scogli che affiorano le rammentano l’ansia che la tormentò per tutta la mia carriera scolastica.

Mi rivolge uno sguardo preoccupato, e lentamente:

“Che cosa fai nella vita?”.
Il mio avvenire le parve da subito talmente compromesso che non è mai stata davvero sicura del mio presente. Poiché non ero destinato, non le parevo equipaggiato per durare. Ero il suo figlio precario. Eppure sapeva che ce l’avevo fatta da quando nel settembre del 1969 ero entrato nella mia prima classe in qualità di professore. Ma nei decenni che seguirono (cioè per tutta la durata della mia vita adulta), la sua ansia resistette a tutte le “dimostrazioni di successo” che le portavano le mie telefonate, le mie lettere, le mie visite, la pubblicazione dei miei libri, gli articoli di giornale o le mie apparizioni nei programmi culturali della tivù. Né la stabilità della mia vita professionale né il riconoscimento del mio lavoro letterario, nulla di ciò che sentiva dire su me da terzi o che poteva leggere sui giornali era in grado di rassicurarla del tutto.»

Da Diario di scuola, 2007

I suoi romanzi si distinguono per una particolare propensione per storie comiche, surreali ma ben radicate nelle contraddizioni del nostro tempo.

Ha vinto nel 2002 il prestigioso Premio Internazionale Grinzane Cavour “Una vita per la Letteratura”.

«- E IL VINCITORE È…
Agita il risultato fittizio strappato alla busta fittizia, la sua voce si abbassa di colpo:
- Io.
Il braccio gli ricade pesantemente, il corpo si affloscia un po’, sembra prostrato… Poi si scuote come se si risvegliasse. Si accorge della nostra presenza.
- Scusatemi.
Ancora qualche secondo per tornare pienamente cosciente.
Sciorina quello che segue in tono monocorde:
- Anche per il premiato non c’è questa varietà di soluzioni. Può esplodere di gioia balzando in piedi dalla poltrona, urlare la sua vittoria levando i pugni di fronte alla posterità: “Sììììì, sono io! Iooooooo!”. Può subito scusarsi con il candidato sfortunato più vicino, bisbigliandogli: “Ebbene sì, sono io, vecchio mio, vecchia mia, sono io, cosa vuoi che ti dica, la prossima volta toccherà a te, è andata ancora di lusso che non sia quello sfigato di…guarda che faccia fa, consolati”. Può fingere il più completo stupore lanciando intorno a sé occhiate allibite: “Cosa? Io? Ma proprio non me l’aspettavo! Con tutti questi talent’inlizza… No, ma è uno scherzo? Davvero? Che sorpresa!”.
Alza gli occhi al cielo:
- Sorpresa un corno! A me, in ogni caso…
Cenno del capo verso la giuria:
- A me hanno avvertito prima! Anzi, era la conditio sine qua non dell’assegnazione del premio: dovevo venire a ritirarlo di persona. Altrimenti me ne sarei rimasto a casa, figuriamoci. Un assegno si può spedire per posta! Invece no, presenza obbligatoria…
Altrimenti, lo rifilavano a qualcun altro, il premio. E quindi, l’assegno. Per questo mi sono allenato…»

Da Grazie, 2004